mercoledì 23 maggio 2012
Promesse.
Esistono promesse che fai a te stesso in silenzio. Quelle alle quali solo tu puoi rendere conto, anche nel caso in cui decidessi di scioglierle.
Lei è Yayoi Kusama, e da bambina voleva fare l'artista. Prontamente la madre non glielo permise, dicendole dolcemente che il suo futuro sarebbe stato quello di farsi sposare da un uomo e diventare una donna di casa.
Lei la pensava diversamente e ha iniziato a dipingere a 10 anni.
Oggi Yayoi racconta la sua storia nell'intervista sul sito della Tate modern di Londra, anche per invitare tutto il mondo ad andare a vederla.
Nell'intervista escono fuori cose interessanti, sul suo lavoro, e guardandola sembra vivere su un mondo davvero tutto suo, fatto di colori, puntini e cose psichedeliche. Affascinanti oltre ogni modo. Non si fa riferimeno ad alcun marito.
Si era fatta una promessa. L'ha mantenuta.
mercoledì 9 maggio 2012
Roma-Milano-Roma-Torino.
Ottocentoquarantadue giorni.
Si dice che in una vita possano davvero essercene tante, chi scrive su questo "affare" ad oggi, ne conta tre, due trascorse, la terza in arrivo. Per arrivare alla modalità gatto umano ne mancano ancora quattro, ma la strada, in questo senso, è quella giusta.
Il blog ha risentito della seconda vita del suo pessimo "scrittore". Seconda vita divisa tra inferno, purgatorio e decisa rinascita, vivere tutto questo nel posto in cui si è venuti al mondo è stato senza dubbio importante. Non è bello quando comunque le cose più belle succedono a casa? Ha tutto un sapore diverso.
Adesso? Splash, un nuovo tuffo carpiato nel buco dello stomaco.
Iniziare da capo significa mettersi in gioco, ancora una volta.
Iniziare da capo significa, dolcemente, perdere le nuove abitudini, per crearne di nuovissime.
Iniziare da capo significa che il tempo correrà più in fretta, perchè la curiosità brucia via ogni secondo e le novità accelerano ogni istante. Un soffio e sarà già tardi.
Iniziare da capo significa cercare di rimanere se stessi e non dimenticarlo mai.
Iniziare da capo significa stringere cento mani, ascoltare mille nomi che ricorderai dopo qualche giorno.
Iniziare da capo significa punto a capo. Essere pronti per questa cosa può non dipendere dalle circostanze.
Iniziare da capo, significa portare con se tutto quello che ti ha portato davanti a questa nuova porta, voltarsi per guardare tutti quelli che ci hanno aiutato ad arrivare fino lì, fare un sorriso e con loro, aprire per entrare.
Iniziare da capo significa dover scegliere di farlo.
Iniziare da capo, a volte, significa anche dover tapparsi il naso, chiudere gli occhi, far tacere lo stomaco, imbavagliare il cuore, stringere i denti e fare una cazzata davvero gigante, colossale, importante.
Iniziare da capo è anche ritrovare un nuovo entusiasmo, sentire la vita che scorre, come linfa in un fiore che si schiude al mattino. Senti di essere vivo, senti di esserci, come un raggio di luce in una stanza buia, iniziare da capo squarcia la routine.
Che vada al diavolo, poltrona vecchia, tomba dei sussulti, camomilla delle emozioni, trappola per topi, e noi, attirati dalla sicurezza delle cose certe come i ratti dal formaggio, girello cigolante in autunno.
Iniziare da capo non significa, fortunatamente, smettere di scrivere.
Meno male, ho anche un quaderno nuovo per l'occasione, e una matita bicolore.
martedì 1 maggio 2012
Casa.
Una casa è l'idea di poterci vivere dentro.
Una casa è la voglia di riempirla con cose che non si possono toccare.
Una casa è l'idea di ritrovare un profumo, un odore dolce o amaro purchè dica qualcosa di diverso da quello che tutti ci vedono, e che conosci solo tu.
L'idea di metterla in ordine solo il fine settimana, quando più che ordinare quei metri quadrati fai pace con il cervello e rimetti a posto i pezzi di una settimana passata a combattere le tue piccole battaglie quotidiane.
L'idea di sporcarla per renderla più tua, di sbeccare gli angoli del muro, di macchiare il divano per imprecare verso il soffitto basso. di cambiare una lampadina saltata perchè fai la strobo mentre senti un pezzo scemo che passa alla radio.
L'idea di fare l'amore in ogni singola parte, di marchiarla con il respiro, di impregnarla con il vostro odore, di renderla una stagione, di trasformarla in estate.
Fuori piove e tu entri a casa per metterti gli occhiali da sole.
Per riempirla di urla e lacrime, di sorrisi e rincorse intorno al tavolino tondo che ingombra l'angolo cottura "dai dammelo" "Ahahahah, devi prenderlo" (che più che angolo sembra lo spazio per un comodino).
L'idea di svegliarsi la mattina e dire "anche oggi ce la posso fare" e tornare la sera per dire "anche oggi ce l'ho fatta".
L'idea di crescerci dentro, come Alice nel suo paese delle meraviglie, e dopo qualche anno pensare di essere ormai giganti per quel buchetto di fantasia e avere voglia di tornare ad essere più piccoli perchè lì dentro ci stavate davvero bene e pensare ad uno spazio più grande ancora, davvero, no.
L'idea che ti viene di volerla condividere.
L'idea di sentire i tuoi spazi che si mescolano.
L'idea che questo mix era quello che volevi.
L'idea che la routine diventi magia.
L'idea che fare la spesa è divertente.
L'idea che "oggi pulisco io, domani tu" "Scusa ma se sono due settimane che pulisco solo io?!" "..Sì, ma io cucino sempre..."
L'idea di mettere la chiave nella toppa, e accorgersi subito che entrando non sarai più solo te.
L'idea che "dai stasera i piatti si lavano da soli".
L'idea che due spazzolini siano in un unico piccolo bicchiere.
L'idea di dover fare la pipì da morire e trovare il bagno occupato "Ho quasi finito" "Ti prego sto morendo".
L'idea "Ma è venerdì, non usciamo per niente..?!", e ti sta bene così.
L'idea di stendere l'intimo non tuo.
L'idea di sbagliare una lavatrice e fare della tua maglietta chiara, la T-Shirt ufficiale del gay pride.
L'idea di beccarsi il rimbrotto per aver mangiato quello yogurt, o di aver finito i biscotti, quelli che tu mangi solo per gola, e che invece dall'altra parte servono per inzuppare. "Lo sai che la mattina li mangio sempre"
La voglia di riempirla con esseri umani, facciamo due, facciamo che il terzo è in collaborazione con il secondo.
L'idea di ritagliare lo spazio per il terzo. L'idea che una casa diventi un numero perfetto.
L'idea di svegliarsi alle tre del mattino, non perchè ancora ubriachi, ma perchè qualcuno ha fame, e l'accordo di mezzanotte era "la prossima tocca a te".
L'idea di brancolare nel buio, facendo attenzione che il dito del piedi non si incastri nell'angolo, o nel piede di un mobile. L'idea di seguire una piccola cantilena assassina di sonno, una piccola sirena viva. L'idea di piccoli singhiozzi che diventano labbra minuscole che "ciucciano". L'idea, o certezza, che quello è il suono più dolce che sentirai nella tua vita, nel silenzio di una stanza piccola come un granello di sabbia, da una parte la vita che hai dato alla luce, te stesso, nel futuro; dall'altra il respiro di chi ti sta aiutando a realizzare tutto questo, chi passo dopo passo, al tuo fianco, gioca dalla tua parte, per portare a casa questa partita. La più bella di tutte le partite.
L'idea che per vincerla, in fondo, nessuno ce la fa da solo.
venerdì 9 marzo 2012
L'attesa.
Mai aspettare è stato così bello. E siamo solo alle dieci di sera.
Siamo 17, ma ognuno di noi sa che siamo molti di più.
Sei in in un limbo, piena d'acqua, respiri, e stai per compiere il primo di un milione di passi. Non avere paura, ci siamo adesso come ci saremo per tutti gli altri.
Noi, siamo tutti qui per te.
Ti muovi come non devi, e ci tieni col fiato sospeso, forse non vuoi davvero lasciare il tuo nido. E siamo solo alle undici di sera.
In piedi, seduti, sdraiarti, assonnati, addormentati, poi stanchi, poi nervosi, poi felici, poi preoccupati, poi consapevoli che questo passaggio si chiama così proprio perchè lungo e non semplice.
Spesso si dice "vedere la luce" quando si lascia qualcosa, in questo caso, nel tuo caso, è davvero tutto il contrario. E noi siamo davvero tutti qui per te. Braccia spalancate, sorrisi pronti ad abbagliarti, un chiarore che i tuoi ancora non potranno vedere, ma che ti scalderà. E siamo ancora a mezzanotte. E tu sei ancora lì che prepari la tua strada.
Ognuno di noi, in questi momenti vive dei propri sogni, dei traguardi che, senza paura di ammetterlo, vivono tutti in te, in quello che sei, in quello che rappresenti, l'inizio, un traguardo, una forza, una svolta, per questo sei importante, anche perchè sei la prima, ed è per questo che continuiamo ad essere qui, anche se è l'una di notte.
Cala il silenzio, i rumori sono sottili e siamo appesi ad uno squillo di telefono, lettere su un piccolo schermo, una porta che si muove e che lascia passare tutti, tranne quello che vorremmo veramente vedere. Escono persone da quella porta e esce qualche lacrima dai nostri occhi, tensione, incoscienza, impazienza.
Ma non ci muoviamo nemmeno se ce lo chiedi tu, anche se sono le due di notte.
Qualcuno cede e trova conforto nella scomodità di una sedia di legno, nella gomma del pavimento. Probabilmente inizi ad essere consapevole della nuotata che stai per fare, fuori dalla tua acqua, dal tuo guscio, e noi, grazie a te, non siamo mai stati così tanto uniti. Parliamo di te, che rifletti ogni nostro desiderio, il futuro, la vita e la felicità. Ed è anche per questo che siamo tutti immobili, e le tre di notte non ci spaventano per niente.
Fuori la vita va avanti, e presto la conoscerai anche tu, noi, faremo in modo di fartela cadere addosso più piano possibile; bugia, infedeltà, crudeltà, incomprensione, cattiveria, cose che aspettano noi tra poche ore, il solito mondo, fuori da quella sala, fuori da questo limbo, in cui tutti noi ci sentiamo come te, con te, al sicuro, forti di noi stessi e di questo momento che resterà per sempre nelle nostre coscienze. Ed è impossibile pensare che l'indomani è un comune giorno di lavoro, e le quattro di notte sono davvero il thè con i pasticcini, tu, la zolletta di zucchero.
Il chiarore si avvicina, e c'è qualcuno che si preoccupa di più, qualcuno che ha smesso di parlare, risparmia energie per quel momento, per concentrarle in un sorriso, in una lacrima, il più forte degli abbracci, è vero, le ore sembrano poggiare le loro mani sulle nostre spalle, sotto gli occhi si formano delle piccole grinze, segni di una dolce battaglia, siamo il tuo esercito piccolo fiore di vita e mai lasceremo che tu sia da sola in questa uscita alla vita. Non temere nè adesso nè mai. Sono le cinque ma per noi è una promessa che vale tutta la vita.
Il sole sale lento dal basso e chiama un nuovo giorno, il sole è vita e adesso più che mai, forse aspettavi lui, forse aspettavi che il chiarore ti dettasse il giusto movimento, lo slancio, o forse, un po' furbetta, attendevi le mani giuste che ti dettassero come ruotare in quella piscina, che adesso stai lasciando.
Un ultimo respiro, lascia quello che ricordi dei tuoi nove mesi acquatici, lascia lì dentro le paure, lascia lì dentro il buio, lascia lì dentro le aspettative, porta fuori la vita e regala a noi una guida, regalaci uno scalino, quello sul quale saliremo per diventare tutti un po' più grandi e vedere il mondo da un punto di vista migliore, sì, abbiamo tutti più paura, ma crescere è conoscere nuovi pericoli, e noi siamo qui anche per quello.
Sono le 06:03 e tu sei esplosa tra noi.
Per una che non sa parlare non sai quanto mi hai già insegnato.
domenica 19 febbraio 2012
Tu
Si potrebbero scrivere un milione di cazzate prima di quello che effettivamente muove queste dita a scrivere questa cosa su questo foglio digitale (mi scuso per l'eccessivo utilizzo della parole questo/a), e si potrebbe scegliere di metterle tutte in fila nella speranza di allungare il brodo (cosa che sta già avvenendo), quindi tagliamo corto.
La domanda della serata, fingiamo che non sia una domenica qualunque, è la seguente:
se arrivasse il tuo te medesimo, più piccolo, diciamo con un terzo della tua età, e ti guardasse in faccia senza parlare e guardandoti negli occhi con quel fastidio e quella disullusione, e in uno dei sette milioni di istanti di silenzio, lui, poco educatamente, ti chiedesse:
"Ma che è successo?" o peggio una qualunque domanda il cui incipit è
"..Ma perchè non....?"
Tu, che risposte gli daresti?
O anche peggio, se non fosse lui a parlarti, tu, sapresti riconoscerti?
mercoledì 1 febbraio 2012
Un post diverso.

Il corriere della Sera "lecca il culo" alle iniziative, chiamiamole aperte di Ikea.
Come se fosse una cosa normale, Ikea fa degli studi tra i dipendenti per capire se quelli che vengono chiamati normali hanno problemi a lavorare con omosessuali o trans.
Alla fine il risultato della ricerca è che solo una persona su dieci si sente in imbarazzo.
Tutto questo, come si legge nell'estratto che è qui sopra, serve per capire quanto una persona dai gusti sessuali diversi da quelli "canonici" possa valorizzare il lavoro in un'azienda mondiale.
Sembra incredibile come la persona che scrive questo post, solo commentando questa cosa si senta fuori luogo, figuriamoci chi ha dato vita a questa iniziativa. Per fuori luogo, siamo chiari, intendo "mi sento un completo imbecille".
In sostanza la tua sessualità "fuori dal normale" può essere un vantaggio per Ikea.
Se sei una donna, che ama una donna, chi non è come te venderà meglio un cassetto o il bordo di un letto perchè quella è un'azienda che non fa discriminazione?
Se nel tuo reparto luci, c'è una persona che nel privato si comporta come meglio si sente, magari indossando il boa, tacchi a spillo e lustrini, allora questo farà in modo che tutti i cassieri cercheranno anche di vendere più lampadine?
Oppure, forse, visto che questa particolare attitudine ad essere se stessi invece di abbassare la testa come caproni è insita in questi essere umani, probabilmente la loro gestione del personale riuscirà a sovvertire le regole standard di mercato ed aprire nuove fette di mercato?
Il test non dice niente a riguardo, chiarisce solo la reazione rispetto agli altri.
Scusate il gergo, facciamo un esempio:
"Quale è la sua posizione rispetto alla presenza di un frocio nel suo reparto?"
"Crede che la presenza del frocio possa vincolare la sua tranquillità nel suddetto luogo di lavoro?"
"Ha mai ricevuto particolari segni di attenzione da uno di loro?"
Secondo me, scusate, questi fumano, e poi passano le canne al Corriere della Sera, così credono sia opportuno scriverci un articolo di elogio, quando:
nel mondo del lavoro sono tanti più gli uomini nelle cariche dirigenziali, e non è un caso.
Esistono situazioni e aziende in cui il mobbing è un modus operandi per far crescere i giovani.
Oppure vogliamo parlare delle molestie velate da piccole parole, sorrisini o cose del genere?
Praticamente se sei omosessuale, o trans il tuo cervello è diverso, questo è il fatto, sei un diverso, e fanno i test per vedere che reazione hanno i normali quando ci sei tu.
La mancanza di delicatezza o raziocinio è lampante, sembra di essere negli anni 30' in Missisipi, con i negri che raccolgono il cotone, o come nel film (meraviglioso) The Help, dove si racconta la lotta delle donne di colore; magari Ikea dovrebbe riassemblare il cervello prima di pensare queste cose, forse capirebbero che un omosessuale, un trans è una persona, quindi, se sa lavorare si vede, se è uno stronzo è uno stronzo, se non sa vendere o aiutare la clientela non dipende da quello che fa quando esce di lì, ma dal fatto che come professionista non vale un cavolo.
L'unico test che bisognerebbe fare è sul pensiero e sulle capacità, ma quelle, almeno in questo paese, sono meno importanti, perchè tanto il cervello sta nascosto dentro il cranio e non si vede, mentre se un uomo bacia un uomo perchè quando lo vede sente la primavera nella pancia, allora è diverso. Diciamo "imbarazzante".
domenica 29 gennaio 2012
Le parole che non ti ho detto
Niente è più appropriato del cinema quando si deve parlare di qualcosa che solo nella tua immaginazione avevi potuto creare, o che, solo in bel film avevi potuto vedere.Il più romantico dei film di Kevin Costner è lo spunto per raccontare quello che già tutti ormai hanno visto ma che, almeno in chi scrive, ha suscitato un sottile senso di libertà, compiacimento e gratitudine.
I talk show di politica, sono l'edizione settimanale del mondiale di fioretto, non serve aspettare le olimpiadi o sintonizzarsi sul canale digitale della Rai, basta guardare tutti quei pallossissimi programmi che durano fino alle undici e mezzo, poi collassi, disgustato, e vai a letto.
In questi bellissimi programmi passi il tempo cercando di capire dove sia la verità di quello che stai ascoltando, o meglio, tenti di tenere il filo tra chi parla, chi interrompe, di cambia discorso per riprendere l'argomento dell'affermazione precedente, chi risponde alla contro risposta e chi parla sopra alla contro contro risposta.
Tutto questo sarebbe forse interessante e utile se non fosse che non si discute mai sulle diverse posizioni, tipo: io bianco tu nero, io dentro, tu fuori; il più delle volte è la dialettica che la fa da padrona. Per questo Berlusconi inizialmente fece piglio sulla gente, diceva semplicemente che si facevano tante parole e pochi fatti (quello che lui non ha ben capito è che poi anche i fatti hanno la loro importanza).
Le parole librano fluttanti nell'aria dello studio televisivo dove l'unica cosa che conta sembra essere chi parla meglio e riesce a dimostrare che ha fatto, nel peggio, meglio di quello che c'era prima "Avete fatto cinque!", "Ma zitto che voi avevate fatto quattro".
Sembra un labirinto di parole il cui unico obbiettivo è quello di parlare e impegnare tempo, per il piacere, solamente loro, di ascoltare il gradevole suono delle loro stesse parole.
Quante sere passate ad ascoltare tutto questo sul divano e pensare, anche ad alta voce "Ma che dice questo?", piuttosto che "Ma come è possibile se un chilo di pane costa tot?", o peggio "Ma in che cazzo di paese vive questo qui, e pensare che credevo che ci capisse qualcosa". Tutti, senza differenza parlano, sembrando alieni in questo paese che sembra tanto simile alla tragedia della nave Costa. Allegorie tremende che dovrebbero aprirci gli occhi, facciamolo bene perchè "è buio" a volte.
Ed ecco che finalmente un signore con il casco da lavoro, prende il microfono e dice quello che tutti noi abbiamo sempre voluto dire a loro, si fa voce, e usa un linguaggio scurrile, passando anche per cafone, ma è bello e giusto così.
Parla per tutti, la sua bocca dello stomaco è la mia, la sua, e anche la tua.
Questo signore non regge, le sue orecchie non possono ancora ascoltare certe cose e finisce per dire la cosa più bella " Castelli, non rompere i coglioni a me, perchè a me i coglioni non me li rompi tu".
Lo stomaco si allarga e finalmente qualcuno lo ha detto, che il tempo delle chiacchiere è finito e c'è chi la mattina si sveglia e sa che una bombola del gas costa 45 euro, ed è per quello che lui può permettersi di parlare in quella maniera, come una mamma che fa la spesa, un papà che cambia l'olio e un ragazzo che compra l'abbonamento della metro, tutti quelli che vivono davvero possono parlare e sì, dirti e dirvi di non romperci i coglioni.
Ma loro, l'avranno capito?
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