giovedì 26 gennaio 2012

Esiste davvero.


Esiste un posto nel mondo in cui sembra che quello che pensi, che sogni, che hai sempre voluto dire o anche solo immaginato abbia un valore.
E' un posto conosciuto per tutto quello che, di solito, annulla la mente e il pensiero, che libera i neuroni nell'aria, che ammorbidisce le gambe e trasforma gli occhi in sottilissime linee, grandi quanto lo spessore di un vecchio vinile.
In questo posto, che esiste per davvero, la gente ci va perchè è anche possibile seguire un colore e "rimediare" una bella, o bellissima ragazza. Il più delle volte, pur non volendo, sono le ragazze a farsi notare da te, semplicemente bussando. La tentazione rende l'uomo ladro, e si dice che il prezzo della coerenza sia l'incompletezza.
A voi la scelta.
Esiste questo posto, in cui la linfa vitale di chi ci abita scorre tra mille canali che si intrecciano e dove scorre la fantasia e l'ottimismo di tutti, che è tangibile, lampante e stimolante, tutto sembra vero, si sente il futuro, ed è una boccata d'aria più simile ad una sberla, ciaf, questo è il suono che senti quando ti becca sulla guancia, ma inizialmente la confondi con il freddo secco e avvolgente, che si accompagna ad una pioggerellina tagliente che, silenziosa, si adagia sulle spalle della giacca, ammorbidisce, fastidiosa, inumidisce eppure, come per le piante, è fonte di vita.
Esiste un posto, meglio una città dove se sai suonare la chitarra puoi presentarti cantando senza essere preso per pazzo, dove i format non esistono e dove la flessibilità è l'unica regola seria da seguire, "is the city where everything happens", le orecchie di chi scrive hanno sentito dire, e incredibilmente, in soli due giorni la profezia si è verificata." Amazing" dicono, e anche il suono della parola se non sai cosa significa fa allargare gli occhi.
Sembra una pazzia ma in questo posto, prima di vedere quello che fai, vogliono sapere chi sei davvero, e ti ascoltano quando lo racconti, e non è un convenevole, gli interessa davvero e se ti metti a parlare del lavoro iniziano a guardare dall'altra parte e tempo due minuti cambiano argomento. Vogliono parlare di musica, cinema, teatro, parlare di quello che ti interessa davvero, per vedere se possono farlo anche loro, magari con te, o se quello che tu sei "it fits", e se succede, sboccia un tulipano, poco lontano da dove sei tu, anche se è inverno e il gelo brucia tutto quello che trova
E quando sboccia non puoi tirati indietro.

venerdì 2 dicembre 2011

The ego bacchettone.

Ammettere che passando tra gli scaffali non ci sia stata la curiosità di comprarlo sarebbe una bugia, ciò che frena è il pregiudizio rispetto all'autore (o almeno ad uno dei due).
Carlo Verdone ha ammesso pubblicamente che Silvio Muccino è un bravissimo sceneggiatore. Carlo Verdone è cresciuto con Sergio Leone. Carlo Verdone sa quello che dice. Il pregiudizio in questo senso andrebbe superato. Andrebbe, appunto.

Non parliamo di Muccino Jr. ma della sua intervista su mtv di domenica mattina nella quale racconta in due minuti la trama di questo suo "rivoluzione numero nove".
Il testo, stando a lui, vive di un buon parallelismo tra un ragazzo del '68 e una ragazza del 2000.
Quello del sessantotto vive la rivoluzione in corso, culturale, politica, insomma, quella di cui tutti ancora parlano e che usano come spauracchio.
La ragazza del duemila non vivendo in un momento di particolari cambiamenti ne vive una interna. Visto che intorno non cambia nulla, allora cambio io. La guerra personale per crescere, spesso, è più dura di ogni altra.

Non entriamo nel merito generale del cuore di questa storia, personalmente credo che nel 2000 ci siano state così tante cose internazionali e nazionali che cercare una rivoluzione interna per noi, credo sia un tantino fuori contesto. Evidentemente se l'autore nel duemila non ha visto tutti questi cambiamenti, questo può scrivere.
Le visioni del mondo sono sempre personali. Quindi, se volete, leggete, poi mi dite.

Il tema, raccontato, del libro è interessante perchè fa pensare una cosa davvero importante, tremendamente attuale.
Poniamo che oggi la base per fare la rivoluzione ci sia davvero. Togliamo il poniamo ed elenchiamo.
La crisi, dovuta alle gestioni becere, di tanti attori che hanno fatto più da cani che da star (restando alla metafora cinematografica) hanno portato tutti noi a credere che sono loro che combinano i casini e che sempre loro debbano risolverli (poi avvalendoci del nostro aiuto).
Che la cosa politica sia qualcosa di distante dalle persone, che la politica sia burocrazia e non un modo di vedere le cose, la vita e di scegliere; questo per chi scrive è politica.
Non la x, non la bandiera, ma lo spirito che muove le scelte, il fatto di sentirsi giusti o ingiusti quando si compie un'azione; prendere l'autobus o comprare la sesta macchina, fare la raccolta differenziata o bruciare i copertoni della macchina. Questo è.

Ecco, tutto questo ci ha portato a dividerci, non siamo più un popolo, ma tanti individui legati agli insulti, al mal di fegato davanti al tg, alla speranza che prima o poi le cose cambino, almeno un pochino.
Ma la speranza non accende in noi niente, non c'è voglia di cambiarle davvero le cose, di fermare i treni, bloccare le strade, unirci e far sentire come e quanto si strilla quando le cose fanno male, più che andare male.

Non sono padre, ma quello che mio padre ha dato a me, è la possibilità di scegliere, certo, nei limiti delle possibilità e dei suoi sacrifici, ma io un bivio l'ho visto, ho avuto quel secondo di esitazione, di crescita, quel senso di responsabilità rispetto al modo in cui costruire me stesso. Così, pieno di paure, ho scelto.

Potrò io dare questo ad un eventuale marmocchio di mia proprietà.
L'impegno è personale, ma in Svezia, secondo me, questa cosa un ragazzo della mia età non se la chiede.
E questo non è normale.

Non è normale che ci siano le condizioni di ripeterci, sì, parlo a me e a voi.
Siamo fermi, sulle nostre sedie.
Non ci muoviamo, aspettiamo. Anche abituati a credere che se va bene per noi, prima o poi, andrà bene per tutti.

Perchè?



lunedì 28 novembre 2011

Voglio essere David Guetta (solo di lunedì però)


Per chi non lo conoscesse, il ragazzo nella foto è David Guetta. Attualmente Dj Mag, nota rivista del settore, probabilmente la più affidabile, lo porta al numero uno nel ranking dei dj internazionali.
Parlando in termini ormai obsoleti è un dj, in questi tempi possiamo definirlo più come una vera e propria super star.
David Guetta è, attualmente, il Cristiano Ronaldo del mondo musicale, discotecamente parlando.
Non discutiamo in questa sede il suo valore in termini musicali, chi parla non se lo può davvero permettere. Parliamo però dei numeri, o soldi, che i suoi dischi, riescono a produrre, per se stesso e per gli altri.
Su youtube siamo a milioni di visite per ogni video, per questo album siamo almeno a quattro singoli che fanno il giro del mondo, che i locali (più commerciali) passano in continuazione, che le radio di ogni paese mandano come se nessuno l'avesse ancora ascoltata. Insomma, quasi non si sopporta più.
Ma guardiamo il fenomeno da un punto di vista più generale.
Fu Andy Warhol che diede vita al concetto di super star e questo "ragazzo" rientra in pieno nelle caratteristiche.
Spregiudicato, capellone, ha un lavoro che lo porta a muoversi ogni venti ore in ogni singola parte del mondo, le sue esibizioni iniziano dopo molto che il sole è calato e si prolungano fino a quando, il sole stesso, non appare da sotto il mare, da dietro una montagna piena di neve, da una duna nel deserto, da dietro un palazzo specchiato o da chissà dove.
Tutti pensano, a ragione oppure no, che si tenga in piedi con mille droghe, che beva, che viva chissà dove, che abbia donne pronte ad accoglierlo (e magari ognuna di queste cose è verissima). Per questo è un uomo maledetto, o maledettamente fortunato e sì (inizia la parte demente del post) io voglio essere come lui.
Meglio, io voglio la sua vita.
Voglio:
passare la vita con le cuffie sulle orecchie fino a diventare sordo.
Costruire tracce musicali, melodiche, metterci una cassa commerciale sotto e fare miliardi di dollari.
Svegliarmi senza ricordare di preciso dove sono.
Svegliarmi e chiedere un'aspirina alla reception usando il telefono bianco e parlando con qualcuno che non capisce nemmeno l'inglese.
Svegliarmi e capire cosa abbiamo fatto ieri sera, dove ho suonato e chiedere al mio manager, drogato, dove saremo domani notte, sentirmi dire, sbrigati che perdiamo l'aereo e rispondere: "ma non è il mio?"
Svegliarmi e trovare alla mia destra e alla mia sinistra il frutto della mia notorietà, senza ricordare davvero se sono stato in grado di combinare qualcosa oppure no, e forse chiederlo a loro, che sorrideranno anche se ho fatto la peggiore delle cilecca, perchè sono David Guetta e la prossima volta che torno lì (che non so nemmeno quali lì sia) io, forse (ma quando mai) le richiamerò, o qualcuno le porterà da me, e io fingerò di ricordarmi, per poi chiedere al mio manager (nuovo, perchè l'altro l'ho licenziato perchè faceva pipì tre volte al giorno) chi mai siano quelle due, e per dirgli che l'amica (quella nuova che non si conosce) è più figa. Se lui mi risponde che è la figlia del console, risponderò: "meglio, saprò come farle tenere la bandiera bella tesa (sì, sarei un cafone mostruoso, tanto sono David Guetta).
Andare in giro con abiti di marchi che mi pagano per indossarli, che poi butterò per mettere magliette di amici di sempre, e farò diventare ricchi loro (pagherò una multa. Sticazzi, sono David Guetta).
Fare foto alla folla impazzita che mi venera nemmeno fossi Gesù (quando la mia musica la potresti sentire anche alla radio senza spendere 35 dollari).
Farmi fare 12 mila foto e finire su tutte le copertine del mondo, mi fingerò scocciato, invece sarò lì a godere su quei 50 mila dollari annui presi da un comune padre di famiglia, che io guadagno in ventidue minuti netti durante quel servizio cretino per una rivista che dura un giorno.
Girare con la Limo a New York e fare shopping senza scendere, saranno loro a portarmi i vestiti dentro la macchina, insieme ad un gin tonic (che gli sputerò in faccia perchè il mix ha dato troppa enfasi alla tonic. E che si fa così, cazzo?!)
Ascoltare le demo che mi mandano i quindicenni, rubarne il cuore e farle mie, per guadagnare milioni di dollari sulla loro piccola ma geniale intuizione ritmica. Sì, non avrò pietà, nessuno crederà loro, e nel caso lo sapessero dimostrare, gli offrirò un contratto nella mia casa discografica, lo illuderò e li farò suonare solo in Africa (e muto, sono David Guetta).

Ne avrei altre ma non ho tempo, il mio volo parte tra venti minuti, e poi, chi cazzo siete voi? Perchè David Guetta vi deve chiedere scusa di quello che fa?!

domenica 20 novembre 2011

Ci risiamo....


Tutte le cose iniziano nel modo che meno ti aspetti. Il più delle volte sono loro a cercare te, qualcuno una volta mi ha insegnato questo "no news, good news", insomma, i guai vengono senza chiedere il permesso.
Essere recidivo è tipico della persona che scrive su questo blog e, anche in questo caso, con concorso di colpa, paga la sua giusta pena.
Tutto inizia in un tranquillo pomeriggio, quando lo squillo del telefono anticipa una voce amica ed un buon ricordo: "è il compleanno di "xx", vieni? Dai è un sacco che non facciamo qualcosa insieme". Il senso di colpa e la voglia di stare insieme supera qualsiasi ostacolo, anche il fatto che la location della serata sia il solito locale di questa bellissima quanto arretrata città.
Nella testa ti passano in mente ricordi strani e un brivido fa il giro della schiena partendo dal collo. Fai un bel respiro, ti informi sul come ci si deve presentare in questo posto per evitare problemi (a tutti gli altri) e apri l'armadio.
Praticamente per te diventa carnevale, è così, se vai a mangiare pesce non puoi aspettarti che servano carne, quindi, arrivare lì davanti come loro si aspettano è quasi un obbligo.
Ci salvano i "tre tavoli", in fin dei conti abbiamo già una prenotazione, non dovrebbero esserci problemi.
The Ego blog fa il bravo e si veste da prima comunione, il grande sforzo di indossare l'unica camicia che ha per non dare nell'occhio e passare incolume alla sbarra (simbolo del potere decisionale) potrebbe dare i suoi frutti.
Invece, anche questa volta, succede qualcosa di inaspettato.
Il locale è nel cuore pulsante della fighetteria romana, dove "ripulirsi" è l'anima dell'essenziale, dove non conta chi sei davvero, ma quanti bottoni ha il collo della camicia o se i tuoi capelli non hanno un taglio da moicano, oppure, cosa gradita, se la tua cinta ha due belle lettere che fanno capire che sei una persona attenta all'effimero.
E' così. Non c'è davvero niente da fare, la situazione è cronica. Funziona così.
Arriviamo davanti alla sbarra, ci attende una ragazza, probabilmente più giovane di un poppante, fissa tutti dall'alto verso il basso, il suo occhio scruta attentamente, lei è pagata per diventare una lince del buon gusto, lei è lì perchè sa riconoscere le individualità estetiche e rendere quel locale il posto migliore del mondo, o almeno il più figo.
Lei e nessun altro decide, lei, tiene le tue palle tra le dita e ci gioca come si fa con le biglie.
Bene è il momento di The Ego, si avvicina silenzioso nell'apparenza, la sua mente già strilla per poterla mandare a lavorare, a fare un lavoro serio, vero, o nel quale non le vengano pagati gli straordinari (che vuol dire lavorare al giorno d'oggi), ma finge il suo miglior sorriso.

La poppante: "Scusa puoi toglierti il cappello?"
The Ego blog ha un cappello di lana (perchè fa freddo, è normale, The Ego blog crede)
The Ego blog sgrana gli occhi, incredulo, accetta il compromesso stringendo la lingua tra i denti e il sangue sale fino alla gola e si strozza all'altezza del pomo d'adamo, bella diga.
Sollevato il cappello, l'occhio della poppante inizia con lo scan, guarda i bordi dei capelli vicino alle orecchie, poverina, lei che fa il suo lavoro con attenzione, cerca un doppio taglio, cerca una sfumatura da militare, uno stacco tra i capelli molto tagliati alla base, prossimi al cuoio capelluto e i capelli veri, quelli che lei si aspettava pieni di cera, o gel, o che cazzo ne so io.
Attende qualche istante e The Ego blog sta bollendo, nel suo stomaco c'è pasta e fagioli, che a breve le verrà servita tutta in faccia.
Il taglio (che non c'è) sembra funzionarle, la faccia pulita ( di uno che lavora tipo 15 ore al giorno trovando il modo di vendere quelle cose che lei cerca nella gente), la soddisfa, eppure c'è qualcosa che attira incredibilmente la sua attenzione e, seppur in difficoltà evidente sul suo volto, non può non farlo notare alla persona che sta analizzando.
Ecco, storce il naso, prende un bel respiro, è quasi desolata perchè sa che sta per dire una cosa spiacevole, e lo fa fissando un punto ben preciso al di sotto del labbro inferiore, esattamente al centro spaccato, c'è lui, qualcosa che davvero in quel posto non può entrare, non c'è spazio, non è decisamente in tono: un piercing.

Analisi del piercing di The Ego blog:
colore acciaio, taglio minuscolo, con estremità a forma di pallina. Diametro pallina? due millimetri se esageriamo.
Esistono persone che The Ego blog vede tutti i giorni che si sono accorte della sua presenza dopo anche otto mesi; tanto piccolo da essere coperto da un filo di barba che viene sempre lasciata crescere.

Torniamo a lei.
Lei lo vede e davvero non può accettare questa forma di maleducazione estetica.
Quel locale non è per i tipi pieni di piercing. No, assolutamente.

Lei: "....Certo....Quel piercing...." Il tono non è disguastato, lei è quasi dispiaciuta.
The Ego blog non regge, aveva messo la camicia, il maglione blu da comunione, lo aveva fatto per non dare problemi ai suoi amici, perchè a lui quei posti senza senso davvero gli fanno schifo. Il pomo d'adamo non tiene botta al nuovo getto di sangue che schizza immediatamente al cervello e la risposta erutta dalla bocca come lava impazzita
The Ego blog: " Scusa!?....Che hai detto?" Il tono non è amichevole, è innervosito, incredulo e impaziente di sentire la risposta. Prosegue rompendo il silenzio che si è creato intorno.
"..No fammi capire che stai dicendo??!!..No spiegami che vuoi, sul serio ti ascolto.."

Lei, accusa il colpo, forse ha capito che davanti ha una persona più grande, che certe stronzate non le sopporta e che forse in certi casi bisognerebbe anche saper distinguere a pelle chi finirà per vomitare in bagno o fare a pugni, da chi starà tutta la sera sul divano a chiacchierare.
"No...è che quel piercing...Sai....qui non so se...." viene interrotta da un fiume di insulti formato educato.

The Ego blog: "...Ma ti rendi conto di che cazzo stai dicendo o parli per sentito dire? Dico ma stai scherzando. No sul serio....Hai bisogno che te lo spieghi?"

Lei, un pochino impaurita, si rivolge al buttafuori:
"No...aspetta magari facciamoli entrare prima che questo ragazzo mi salga addosso..per..." viene interrotta una seconda volta.

The Ego blog: "...Ecco appunto, vediamo di non dire stronzate...Ma ti sembra un discorso normale quello che stai facendo?!"

Lei, si giustifica adesso:
"...Mi pagano per fare questa cosa, è il mio lavoro..."

The Ego Blog: "Trovarne uno vero no?"

Tutti passano e siamo dentro. Andiamo avanti. Arriva la parte bella della serata.

La gente si diverte ed è il meraviglioso solito calvario.
C'è lei, la voce della notte che spara tutte le cazzate che gli vengono in mente:

"Italia voglio sentirvi"
"Say one-say two- Say one, two, three, four"
"I want you da da da du du du do do"
"Nel cuore dell'Italia siamo noi, tutti noi"
"Non sento follia, non sento follia"
"Happy birth, happy birth...."
"Con noi, solo per noi, tutti quanti voi"
"Ma dove è la follia, dove è la follia?" (se lo chiede senza sapere che è nella sua testa)
"Costa smeralda, Ibiza, costa smeralda, Ibiza.." (e siamo solo al parcheggio di villa borghese)

Il momento migliore è la celebrazione delle bottiglie di spumante, adorabile:
"Stanno per entrare i cristalli. Gente arrivano i cristalli. Cristalli nella notte. Cristalli nella notte" si celebra il vetro e le bollicine dentro una bottiglia di Cristal (noto brand molto costoso).
Impossibile non chiedersi in un momento di lucidità a che cazzo serve fare tutto sto casino per una bottiglia di champagne; viene portata in un vassoio gigante con roba pirotecnica intorno, luci e scoppietti in stile capodanno.
La domanda che si fa in testa The Ego blog viene ascoltata da qualcuno lassù e la risposta arriva da un ragazzo con una camicia tutta rosa cangiante che osservando la scena entusiasta, occhi giganti e invidiosi dice " che figata!" e lo pensa davvero, non ha dubbi, per lui l'essenza della figaggine risplende in quelle bellissime fontane lucenti che avvolgono la bottiglia della vita; bollicine che inebriano l'esistenza.

Il resto è una torta e la solita promessa: questa è l'ultima volta.

venerdì 18 novembre 2011

Punto a capo.


Viviamo in un momento decisamente allegorico. Il momento, unico nella storia, in cui l'Europa è praticamente prossima al fallimento. Quasi come il Titanic, sembra avere meno scialuppe di salvataggio delle persone che contiene. Gli stati dell'unione che si possono davvero salvare non sono tutti manco per niente.
Viviamo nell'epoca in cui i nostri padri, in media, lasceranno meno a noi di quanto hanno ricevuto dai loro. Con rimorsi oppure no, questo è del tutto personale o familiare.
Viviamo nell'epoca del futuro incerto, o meglio, certo del nulla, quello in cui per forza di cose, prevarrà più che mai l'egoismo.
Sì, è così, prevarrà quella piccola voce che, fioca fioca, ci dice "sì, io ce la posso fare anche da solo". "Sì, quello che succede a lui, non succederà a me. Perchè sono più bravo, più preparato, più fortunato, conosco più persone", anche un pochino figlia del "si salvi chi può".
Prevarrà quel senso impossibilità collettiva, l'arrivismo, la prepotenza e le soluzioni che escludono più di tre persone, quelle utili per salti successivi.
Questa è l'era in cui sono le relazioni che mandano avanti le cose, non le capacità (giuro che questa frase l'ho sentita dire con le mie orecchie), sono i sorrisi che portano ai piani superiori, i "vaffanculo" stretti tra i denti e liberati solo dentro la macchina, quando possiamo sentirci da soli e liberare quella bestia che abbiamo dentro, c'è chi la chiama verità. Noi faremo così con loro, e qualcuno lo farà con noi in futuro, ci sorrideranno, e non ci manderanno a quel paese, lo faranno a casa, in cucina, mentre pensano a come avrebbero fatto loro quella cosa, e che sarebbero stati sicuramente meglio di noi.
Purtroppo siamo anche vittime del fatto che l'Italia è sempre stata un pochino come il ruolo che interpreta Alberto Sordi ne "La grande guerra", in cui quel guizzo di orgoglio e dignità esce solo quando davvero siamo messi alle strette, personalmente; non siamo i Gassman della situazione. Raramente qualcuno alza il mento per tutti, qualcuno guida, ma magari non è solo nostrana come cosa, in fin dei conti di Gandhi ce ne sono stati pochissimi nella storia.
Purtroppo è così, crediamo che l'unico modo saggio per uscire o meglio scappare sia costruirsi una nicchia solitaria, una corsia preferenziale, senza badare a come lo facciamo, nessuno faccia il santo, una volta nella vita "la porcata" l'abbiamo fatta tutti, e se ancora non è successo, prima o poi la possibilità si presenterà, ed ecco che una volta sollevata la sbarra, saremo noi a decidere se scegliere la strada della foto che c'è sopra, o sfondare il muro e fare un buco per tutti.

mercoledì 16 novembre 2011

Ci vediamo tra dieci anni the Ego.






Proprio quando la barba che non hai ne tempo ne voglia di tagliare ti copre il viso e, volente o nolente, ti fa capire poco quanto si cresce, si diventa grandi, o più piccoli, più forti o semplicemente più consci di quanto siamo paurosi, ecco che ci pensa il raccoglitore automatico facebook, nella casella ninja "foto".
Giuro, senza incrociare le dita o i piedi sotto la scrivania, che non ho mai richiesto o "taggato" me stesso o alcuno su questo coso (che comunque non mi sta nemmeno poi tanto simpatico). Ho sempre lasciato che le cose venissero a me e, diciamo, sono stato fortunato. Ecco che dopo qualche anno, davanti alla notizia (probabilmente falsa) che il 15 marzo il social mondiale chiuderà i battenti per un anno, ho voluto sbirciare, nemmeno fosse di altri, il profilo personale e vedere nella cartella tieni ricordi.
Il bianco e nero (un pochino classicone) indica l'inizio e la fine è decisamente tra le nuvole, ma i sorrisi non sono pochi guardando questi piccoli dettagli d'infinito.
Sembra di inquadrare le cose e avere un senso un pochino più generale, quasi come se le cose improvvisamente avessero più senso del percepito, flebile, quotidiano.
Tutte certezze incredibilmente basate sul nulla.
Fasi e momenti importanti, fisionomie che cambiano, come le persone che ti stavano attorno, che hanno scelto strade nuove e diverse.
Oppure osservi le scelte, come la cravatta gialla e pensi che probabilmente avresti dovuto farti consigliare da qualcuno che le usava tutti i giorni. Cose strane.
Come un succo d'arancia: simbolo insindacabile di una sbronza, o cose del genere.

Col tempo, quello che vedi, anche di te, ha tutto un senso diverso.

giovedì 13 ottobre 2011

Roma, un ponte, un fiume e una sigaretta.


Le scelte rappresentano bivi. Ogni scelta è una direzione che ci lega inevitabilmente ad una cosa, lasciando perdere l'altra, quella scartata.
Ogni giorno si fanno scelte di ogni genere, dalle mutande alle strada, dalla maglietta al ripieno del panino, per questo alcune le facciamo senza renderci conto che potrebbero essere importanti. Sono così tante che sarebbe meraviglioso capire quale sia davvero fondamentale e quale meno.
Sì, certo, ci sono quelle che palesemente rappresentano un momento di svolta, quelle che hanno bisogno di silenzio, di attenzione, quelle per le quali pensi "ok, devo fermarmi a pensare", è comunque un bel momento.
Il tempo sembra fermarsi, le foglie fermano il processo, abbiamo bisogno di essere così attenti e recettivi che anche il nostro respiro potrebbe disturbarci.
Quelle in cui sentiamo di volere qualcuno accanto, con la consapevolezza che, però, almeno questa volta, nel bene o nel male, deve essere qualcosa che decidi da solo. Sarai tu a prendere, sarai tu a dare. Tutti fuori, adesso scelgo.
In punta di piedi, fai un giro nella tua testa, nella tua pancia e nel tuo cuore, guardi indietro la tua vita, almeno quella che sei in grado di ricordare, fai dei piccoli raccordi tra tutto quello che hai imparato da quel muro, da quel bacio, da quella porta chiusa, da quel lampione illuminato troppo presto, da quel rumore, da quel sapore; alcuni le chiamano macchie, cicatrici, segni tangibili o meno, eppure sono loro che poi, nel silenzio, parlano, ci aiutano davvero. Più ce ne sono sul corpo, dentro la nostra pancia e nel nostro cuore, maggiore sarà il coraggio di iniziare, smettere, muoversi o restare fermi. Guardiamo un punto fisso facendo di quel segmento di vita una porta, l'attraversiamo iniziando un viaggio, quello nel quale crediamo di indovinare il futuro, almeno a grandi linee "se faccio quello succede quello.....", sappiamo di prenderci in giro, ma ci proviamo; il pensiero teme le scelte coraggiose, calcolatore, non può non dire la sua. Quello che distingue noi dagli animali è queste benedetta proprietà: il pensiero intelligente. Maledetto lui, il pensiero intendo.
I coraggiosi sono quelli che si lasciano andare, che fanno della pelle l'unico metro di misura; che vedono la vita come un vestito, guardano solo come gli sta addosso, non importa se quel tessuto durerà tanto, è come cade ora che fa la differenza. Si godono il meglio, come il passaggio di una stella cadente, momentaneo ma meraviglioso. Non fanno piani, quanta invidia, per loro ogni giorno è un'altalena, e non vogliono scendere, che ci sia qualcuno a spingere o meno poco conta, sanno che prima o poi tirerà il vento e quel seggiolino si spingerà da solo. Ottimismo.
Le scelte sono difficili.
Ma sono belle.
Perchè significa che qualcosa comunque sta cambiando.
Quando si presentano.